Jean Piaget e l’interazione ambiente-bambino

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Scritto da Laura Lanari

Data

Agosto 30, 2019

Dopo Dewey, Munari e Jella Lepman, un articolo della sezione “I grandi dell’educazione” dedicato a Jean Piaget.

 

Jean Piaget (1896-1980) è stato voce dominante della Psicologia dello Sviluppo per gran parte del ventesimo secolo.

Svizzero di nascita, trasformò il nostro modo di pensare i bambini e il loro sviluppo intellettuale.

Il modo in cui Piaget considerava i bambini si dimostra molto utile alla comprensione di come possiamo progettare attività soprattutto per la fascia di bambini dagli zero ai 6 anni.

Ma prima cerchiamo di capire chi era Jean Piaget.

Specializzato in Biologia si interessò all’Epistemologia, una branca della filosofia, che studia le origini della conoscenza e che considerò come il suo più grande interesse. Ma fu soprattutto attraverso l’osservazione dei suoi tre figli che arrivò a formulare le sue teorie.

Si rese presto conto che quello che lo interessava non era verificare se i bambini erano capaci di rispondere alle domande in modo corretto o sbagliato, bensì a quale era il percorso che li conduceva a dare le risposte, a risolvere problemi:

Voleva comprendere i processi mentali che stavano alla base delle risposte dei bambini.

La teoria Piagetiana si basa sul fatto che lo sviluppo intellettuale può essere spiegato anche grazie all’interazione tra bambino e ambiente. È questa la base essenziale della teoria di Piaget.

La conoscenza viene costruita a partire dall’interazione tra il bambino e l’ambiente.

La conoscenza non è l’evoluzione di un’organizzazione innata, né viene fornita esclusivamente dall’esperienza, ma emerge dall’esplorazione attiva delle cose.

Pensate a come è importante per un bambino fino ai 3 anni poter toccare, manipolare gli oggetti.

A volte scambiamo questo bisogno per un capriccio, in realtà è il loro modo di conoscere il mondo. Ed è sicuramente questo uno dei motivi per il quale il Museo non è notoriamente un “luogo adatto” ai bambini di età inferiore ai 3 anni.

Come possono comprenderlo se non possono toccarlo?

Una proposta che possiamo sviluppare è quella del gioco che Piaget considerava un’attività, un’area di esperienza, un modo con cui i bambini esplorano e imparano a navigare nel mondo intorno a loro.

Possiamo predisporre per i bambini così piccoli, degli oggetti, delle aree del nostro museo, che siano capaci di farli sentire accolti e nelle quali, grazie a semplici stimoli possano esercitare la creatività, quella creatività tanto cara anche a Jean Piaget.

Vale la pena citare il MUSE di Trento all’interno del quale è stato creato MAXI OH! Uno spazio sensoriale esclusivo, dedicato ai bambini più piccoli, dove vengono stimolati udito, tatto e vista attraverso pavimenti riscaldati, camere sensorizzate, video proiezioni, interazioni virtuali e persino… un bagno interattivo.

Non sto parlando dei musei per bambini (siamo in attesa della prossima apertura del museo per bambini di Verona), mi riferisco ai musei tradizionali, Pinacoteche e Musei Archeologici che potrebbero dedicare degli spazi a questa fascia di età con lo stesso scopo di avvicinare all’arte, con un linguaggio diverso e non banale.

 

Laura Lanari

Bibliografia

H. Rudolph Schaffer, Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione. Raffaello Cortina Editore, 2005

Donaldson, M. Come ragionano i bambini. Emme, 1979

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